Istituto Nazionale Tributaristi

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Comunicato INT

Le riflessioni del Direttore Generale INT

Roma
  01-04-2019

Sulle auspicate capacità di ascolto.

Muoversi oggi sul terreno della competizione nella fornitura dei servizi professionali richiede il possesso di nuove soft skills di cui fino a ieri non si era avvertita la necessità. E’ questo l’argomento lanciato dall’articolo del Sole 24 Ore del 25 marzo a firma Patrizia Bonaca.Tale argomento non vede la luce oggi, bensì è ben conosciuto in ambiti operativi diversi dal mondo delle professioni. Alcuni lustri or sono, quando mi occupavo di formazione in una delle poche società che, in Italia, ne conoscevano allora la necessità ai fini della crescita concorrenziale e qualitativa, si trattavano già questi temi e si predicava la formazione permanente quale necessario viatico per la vita virtuosa di ogni professionista in senso lato (Angelo Deiana direbbe “operatore della conoscenza”). Naturalmente non si trattava soltanto di scelte illuminate operate da manager particolarmente preveggenti (anche questo, e ben supportati da società di consulenza ben attrezzate), ma di decisioni imposte da crisi di mercati e di scenari nei quali si operava, dato che la crisi epocale da cui oggi stiamo cercando affannosamente di uscire è sì una delle più devastanti, ma non certo la prima conosciuta dalla Rivoluzione Industriale in poi.

Ottimo quindi pensare alla formazione per crescere, dato che le soft skills delineate nell’articolo che promuove questo nostro scritto sono spesso sconosciute a commercialisti, contabili, tributaristi, giuristi ed altri operatori del sapere. Promuovere nuovi approcci improntati al marketing, alla psicologia organizzativa, alle analisi strategiche, alla gestione delle riunioni e, lato sensu, alla gestione del tempo manageriale, è cosa di indubbia validità. Perchè dunque essa è sconosciuta alla quasi totalità del mondo professionale? Per ragioni di mentalità, di ambiti e di budget.
Il professionista singolo, che opera da solo o con pochi addetti in Studio, via via operando si è formato una mentalità simile a quella dell’artigiano, che è spesso vittima della crisi di crescita proprio perché timoroso di perdere le proprie capacità tecniche, manuali ma non solo. Capacità che ha acquisito con l’esperienza, e che verrebbero messe in discussione da un necessario processo di delega. E restio quant’altri mai a mettere in discussione sé, le proprie conoscenze, i propri modus operandi. Risulta immediato pensare, a questo proposito, alla crisi generazionale originata dalla rivoluzione elettronica, che tuttavia possiede la ciclopica forza di vincere ogni resistenza. Si aggiunga inoltre che, seppure non come si favoleggia, fino al priodo pre-crisi molti professionisti spuntavano soddisfacenti compensi frutto dell’economia drogata che ha retto per decenni e che tutto permetteva.
Soltanto gli Studi di grandi dimensioni, essendo organizzativamente strutturati e quindi molto simili ad attività imprenditoriali, potevano guardare con comprensione a “perdite di tempo” quali i progetti formativi che venivano proposti dalle società di formazione, guardate di sottecchi dal resto del panorama concorrenziale.
E dunque la domanda di fondo che possiamo porci oggi, di fronte a queste proposte sacrosante, è se la clientela dei nostri Studi sia disposta ad accollarsi i costi della nostra formazione (ecco la quantità) e se lo sia ad accettare i nuovi approcci proposti (ed ecco la qualità) improntati a tecniche derivate tutte dalla psicologia organizzativa. E ancora, tutti siamo disposti a modificare ciascuno il proprio approccio alla clientela non basandolo più soltanto sui saperi tecnici che tutti noi (tutti?) possediamo?
Perchè è chiaro che se non se ne percepisce l’utilità in termini di valore della propria prestazione a breve e medio periodo, quel concetto di “perdita di tempo” risulterà invincibile.
Si badi che chi scrive già tende ad applicare tali tecniche interattive e relazionali nelle giornate di formazione nelle quali si incontrano iscritti INT, e non solo, quali l’ultima tenuta due settimane fa a Catanzaro, nelle quali non risparmiamo energie al fine di ampliare gli orizzonti di ciascuno di noi, relatori e partecipanti, esattamente nella direzione che qui si auspica, di sperimentazione di visione laterale che vada oltre il saper far di conto che ci ha insegnato Frà Luca Pacioli.
Conosciamo il target dei nostri iscritti: normalmente sono titolari di Studi che occupano da uno a cinque addetti, che operano a contatto, e rendendo loro i propri servizi, alle attività imprenditoriali e professionali del territorio, principalmente di piccole dimensioni. E ormai in ogni territorio locale, nell’Italia tutta, riscontriamo una situazione di grande sofferenza dovuta ad una economia reale resa asfittica e boccheggiante da dieci anni di crisi, iugulata dall’inguaribile voracità fiscale dello Stato-Leviatano e, più ancora, da quella sovrastruttura proteiforme che è la burocrazia, che tutto rallenta e limita ogni pur tenue ipotesi di semplificare i processi operativi che interessano la società civile.
Burocrazia che, lo sosteniamo da tempo, non è certo quella “buona” teorizzata da Max Weber (si veda il suo saggio La teoria della burocrazia), bensì quella da noi tutti conosciuta oggi quale nemica di ogni possibile agire a favore delle genti. E costosa; dunque, pur nella auspicabilissima ottica della modernizzazione dell’approccio professionale, dopo aver esaminato gli aspetti di mentalità e ambiti operativi, dobbiamo porci un’ultima domanda: nei nostri Studi c’è spazio per altri costi?

Dott. Roberto Vaggi
Direttore Generale I.N.T.

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